Death by Videogame: il libro di Simon Parkin

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Il giornalista Simon Parkin ha deciso di esplorare un lato inquietante del mondo dei videogiochi e di scrivere un libro dal titolo decisamente incisivo: “Death by Videogame”, che significa “Morte per videogioco”.

Il libro, contrariamente a quanto si potrebbe pensare inizialmente, non è una critica gratuita nei confronti della sempre maggiore diffusione dei videogame nelle case. Lo stesso Simon è un videogiocatore e sembra porsi in termini del tutto rispettosi nei confronti degli altri videogiocatori; il suo libro punta non solo a informare ed esplorare le vicende più inquietanti dei casi di dipendenza ma anche a riflettere su alcuni pregiudizi, spesso troppo generalizzati, che contribuiscono alla diffusione di idee troppo superficiali sulle influenze negative dei videogiochi.

Come ripetiamo spesso generalizzare non è mai consigliabile, e una delle prime cose da considerare nei casi di dipendenza (non solo da videogiochi) è la situazione di partenza. Alcune persone sono predisposte, altre stanno attraversando periodi molto difficili che portano a una maggiore facilità di svilupparne, altre vivono in paesi dove è più facile sviluppare una dipendenza. Ogni caso è diverso, ma partendo da questa base sono molte le considerazioni che si possono fare.

Nel suo libro Simon Parkin racconta di casi di morte causata dall’abuso di videogiochi e ne esplora le cause, partendo da quesiti interessanti e facendo chiarezza su alcuni punti. Il The Huffington Post ha intervistato l’autore del libro, ecco un estratto dell’intervista:

Domanda: Parlami di cosa ti ha ispirato nel prendere questo approccio.

Risposta: Le morti di gente per aver giocato molte ore di fila (diciamo due o tre giorni) mi è sembrato un aggancio interessante per introdurre il soggetto: “Cos’è che nei videogiochi causa la perdita del senso del tempo?”

Il libro non si concentra interamente sulle morti, di cui parlo solo nel primo capitolo. Il resto è un’esplorazione quasi filosofica di quello che nel cervello umano viene affascinato dai videogiochi, cercando di capire cosa provoca in noi giocatori la voglia di tanta dedizione.
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Domanda: Sono rimasto scioccato dal leggere di quell’uomo morto dopo aver giocato a un arcade in un bar dell’Illinois negli anni ’80. Per me e per molti lettori il titolo del libro viene subito associato ai casi asiatici degli internet cafè, ad esempio per giocatori di League of Legends. Puoi spiegarci perché è stato così importante per te rompere questo stereotipo?

Risposta: C’è della verità in questo stereotipo, fino a un certo punto. I fattori da considerare sono tanti, ad esempio a Taiwan il costo degli Internet Café è davvero basso. I comportamenti che si assumono all’interno di questi luoghi è caratterizzato da lunghe ore di gioco, fumo di sigaretta e bevande alla caffeina, e tutto questo combinato con il clima umido può portare a serie conseguenze, per questo la concentrazione di casi di morte a Taiwan è maggiore rispetto ad altri paesi (infatti nel resto dell’Asia i governi hanno introdotto norme per regolamentare questi comportamenti potenzialmente dannosi).

Per me è importante sottolineare che le conseguenze negative possono essere provocate da molteplici situazioni di sedentarietà e cattive abitudini. Ad esempio io credo si possa morire anche per avere guardato troppo Netflix, e sono sicuro che sia successo. Ma c’è qualcosa di unico nei videogiochi che posso vedere con la mia personale esperienza: sono molto più propenso a sedermi e giocare per una giornata intera rispetto al dedicarmi a qualsiasi altra attività di intrattenimento.
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Domanda:
Hai scritto che i videogiochi “soddisfano i nostri più profondi bisogni umani” per spiegare le ragioni che portano alcune persone a dedicarsi così tanto a essi da smettere di prendersi cura di se stesse. Puoi spigarci qualcosa di più a riguardo?

Risposta: Quando vedi milioni e milioni di persone intente nella stessa attività ogni giorno, capisci che deve esserci per forza qualcosa di particolare. I videogiochi devono necessariamente soddisfare alcuni bisogno a un livello di base, altrimenti la gente non si dedicherebbe così tanto. La gente ama la competizione e la rivalità, e i videogiochi sono creati per dare soddisfazioni.

C’è anche un altro lato dei videogiochi, quello che tocca l’esperienza umana, ed è un lato che ci aiuta a comprendere il mondo intorno a noi. […] In ogni caso i videogame ci fanno immergere in una realtà spesso più soddisfacente della nostra: quando le cose vanno male nella tua vita, quando non ricevi una promozione che aspettavi al lavoro o hai appena rotto con il partner, i videogiochi possono essere un grande conforto perché assumi il ruolo di un personaggio che fa progressi se fa la cosa giusta. I videogiochi ci fanno immergere in un mondo dove c’è sempre un forte senso di giustizia.

Se volete leggere di più trovate QUI l’intervista completa. In ogni caso Simon conclude parlando dei videogiochi indipendenti e di come al giorno d’oggi ci sia più spazio per situazioni e protagonisti di stampo molto diverso rispetto a come era in passato, situazioni che stimolano l’empatia. Ad esempio racconta di stare giocando a Beyond Eyes, dicendo: “Non credo sia grandioso, ma credo sia un gioco interessante e sono contento che esista”.

Fonte: huffingtonpost

 

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